Natalia Ginzburg "Le Voci della sera" Einaudi Editore

Natalia Ginzburg
Una splendida pagina di Natalia Ginzburg, tratta da "Le Voci della sera"
Il lessico elementare, semplice, corrisponde al mondo reale e psicologico di Cate e Vincenzino. Alla noia e monotonia del loro modus vivendi contribuiscono l'uso continuo e insistente dell'imperfetto indicativo, le continue ripetizioni narrative, le informazioni circostanziali e periferiche, i chiasmi e il dominare di proposizioni coordinate. (m.b.)

Il Vincenzino e sua moglie andarono a stare a Casa Mercanti.

Era una piccola casa, subito dopo finito il paese, e aveva davanti un largo prato con due o tre alberi di pere; e dietro aveva un orto cintato, coltivato a cavoli.
La moglie del Vincenzino si chiamava Cate. Era alta, bella, robusta, con una massa di capelli biondi che pettinava a volte in due trecce, strette e schiacciate sulle orecchie, a volte in un casco molle e pesante, attorto e puntato in cima al capo.
Aveva un viso pieno, dorato dal sole, con qualche lieve lentiggine, con gli zigomi alti e sporgenti, con gli occhi verdi un poco tirati all’insù, verso le tempie.
La ricordarono poi per molto tempo, al paese, quando tornava dal torrente dove andava a fare i bagni, col vento che le frustava la sottana sulle gambe nude, tornite, dorate dal sole, i capelli umidi e arruffati sulla fronte, sulla spalla un asciugamano bagnato, tutto sporco di rena.
La ricordarono quando scendeva dalla collina con le labbra sporche di sugo di more, grande, bella, bionda, coi suoi biondi bambini.
Aveva, quando andava al torrente nell’estate, un vestito azzurro, con una striscia bianca sul fondo della sottana.
Aveva un fazzoletto a palle bianche e azzurre, che si cingeva attorno ai capelli. Aveva, d’inverno, quando andava a sciare,un maglione bianco, col collo rivoltato. Metteva sulle spalle, nelle sere fresche d’autunno, quando scendeva in giardino,uno scialletto nero da povera.
Aveva sposato il Vincenzino senz’amore. Ma aveva pensato che  lui aveva tanti soldi, e lei non ne aveva.
Ma i primi tempi, quando fu nella Casa Mercanti , la prese un’infinita tristezza. Stava là nei lunghi pomeriggi, a guardare quell'orto di cavoli. E piangeva, perché aveva tanta voglia di ritornare dalla sua mamma.
Borgo Martino non era poi tanto lontano, ma lei non osava andarci, per soggezione del marito.
Aveva, a casa sua, a Borgo Martino, la mamma vedova che possedeva un piccolo negozio di cartoleria. E aveva tre sorelle ancora piccole, che andavano a scuola; e c’era sempre in casa una grande allegria, un gran chiasso.
Qui invece, nella Casa Mercanti , regnava sempre il silenzio.
Lei andava a volte in cucina, per passare il tempo, a discorrere con la Pinuccia, che sua suocera, la signora Cecilia, le aveva ceduto.
Alla Pinuccia raccontava di casa sua, delle matte risate che facevano, lei e le sorelle. La Pinuccia ascoltava, sbucciando le patate e soffregandosi  ogni tanto il naso con la mano ruvida.
A sera tardi rientrava il Vincenzino;  e lei, nell’aspettarlo, si era addormantata sulla poltrona.
Il Vincenzino l’aveva sposata, anche lui senz’amore. Aveva pensato che era sana, semplice, e che era una buona ragazza.
Aveva anche pensato, in qualche sua maniera aggrovigliata, che un matrimonio come quello doveva piacere a suo padre,
perché poteva in qualche modo rassomigliare al matrimonio dello stesso Ballotta, il quale s’era scelto la Cecilia in un vicino sobborgo, scegliendola perché era bionda, povera e sana.
Ma quando l’ebbe sposata, il Vincenzino s’accorse che non aveva niente da dirle. Passavano le serate in silenzio, l’uno dirimpetto all’altra, su due poltrone in salotto.
Lui leggeva un libro, mettendosi le dita nel naso. Ogni tanto la guardava lavorare a maglia, con la testa bionda reclina, nella luce rosea del paralume. La trovava molto bella; ma pensava che non era il suo tipo, perché a lui piacevano le brune, e le bionde non gli dicevano nulla.

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