Tratto da - Lessico Famigliare - di Natalia Ginzburg

GLI  OLIVETTI

In questo brano si parla dell'imprenditore, Ingegner Adriano Olivetti, figlio di Camillo Olivetti, fondatore della Ing C. Olivetti & C, la prima fabbrica italiana di macchine da scrivere.
Gli Oli­vetti ave­vano, a Ivrea, una fab­brica di mac­chine da scri­vere. Noi non ave­vamo mai cono­sciuto, fin allora, degli indu­striali; l’unico indu­striale di cui si par­lava in casa nostra, era un fra­tello di Lopez chia­mato Mauro, che stava in Argen­tina ed era ric­chis­simo; e mio padre pro­get­tava di man­dare Gino a lavo­rare da quel Mauro nella sua azienda. Gli Oli­vetti erano i primi indu­striali che vede­vamo da vicino; e a me faceva impres­sione l’idea che quei car­tel­loni di réclame che vedevo per strada, e che raf­fi­gu­ra­vano una mac­china da scri­vere in corsa sulle rotaie d’un treno, erano stret­ta­mente con­nessi con quell’Adriano in panni grigio-verdi, che usava man­giare con noi, la sera, le nostre insi­pide minestrine.
Ter­mi­nato il ser­vi­zio mili­tare, Adriano con­ti­nuò a venire da noi la sera; e divenne ancora più malin­co­nico, più  timido e più silen­zioso, per­ché si era inna­mo­rato di mia sorella Paola, che allora non gli badava. Adriano aveva l’automobile; era, tra le per­sone che cono­sce­vamo, l’unico ad aver l’automobile; non l’aveva allora nem­meno Terni, che pure era così ricco. Adriano, quando mio padre doveva uscire, subito gli pro­po­neva di accom­pa­gnarlo in auto­mo­bile, e mio padre s’infuriava: non potendo sof­frire le auto­mo­bili, e non potendo sof­frire, come sem­pre diceva, le gentilezze.
Adriano aveva molti fra­telli e sorelle, tutti len­tig­gi­nosi, e rossi di capelli: e mio padre, che era anche lui rosso di capelli e len­tig­gi­noso, forse anche per que­sto li aveva in sim­pa­tia. Si sapeva che erano tanto ric­chi, ma ave­vano tut­ta­via delle abi­tu­dini sem­plici, erano vestiti mode­sta­mente, e anda­vano in mon­ta­gna con degli ski vec­chi, come noi. Ave­vano però molte auto­mo­bili, e offri­vano ad ogni istante di accom­pa­gnarci in un luogo o nell’altro; e quando anda­vano in auto­mo­bile per la città, e vede­vano un vec­chio cam­mi­nare con passo un po’ stanco, fer­ma­vano e lo invi­ta­vano a salire; e mia madre non faceva che dire com’eran buoni e gentili.



Finimmo col cono­scere poi anche il loro padre, che era pic­colo, grasso e con una grande barba bianca: e aveva, nella barba, un viso bello, deli­cato e nobile, illu­mi­nato dagli occhi cele­sti. Usava, par­lando, tra­stul­larsi con la sua barba, e coi bot­toni del suo gilè: e aveva una pic­cola voce in fal­setto, aci­dula e infan­tile. Mio padre, forse per via di quella barba bianca, lo chia­mava sem­pre «il vec­chio Oli­vetti»; ma ave­vano, lui e mio padre, all’incirca la stessa età. Ave­vano in comune il socia­li­smo, e l’amicizia con Turati; e si accor­da­rono reci­proco rispetto e stima. Tut­ta­via, quando s’incontravano, vole­vano sem­pre par­lare tutt’e due nello stesso momento; e gri­da­vano, uno alto e uno pic­colo, uno con voce in fal­setto e l’altro con voce di tuono. Nei discorsi del vec­chio Oli­vetti si mesco­la­vano la Bib­bia, la psi­ca­na­lisi e i discorsi dei pro­feti: cose che nel mondo di mio padre non entra­vano asso­lu­ta­mente, e intorno alle quali, in fondo, lui non s’era for­mata nes­suna spe­ciale opi­nione. Mio padre tro­vava che il vec­chio Oli­vetti aveva molto inge­gno, ma una gran con­fu­sione nelle idee.
Gli Oli­vetti abi­ta­vano, a Ivrea, in una casa chia­mata il Con­vento, per­ché era stata in pas­sato un con­vento di frati; e ave­vano boschi e vigne, muc­che, e una stalla. Avendo quelle muc­che face­vano, ogni giorno, dolci con la panna: e a noi la voglia della panna era rima­sta fin dal tempo che mio padre, in mon­ta­gna, ci proi­biva di fer­marci a man­giarla negli cha­let. Usava proi­bir­celo, fra l’altro, per paura della feb­bre mal­tese. Là dagli Oli­vetti, che ave­vano quelle loro muc­che, il peri­colo della feb­bre mal­tese non c’era. Cosi noi da loro ci sfo­ga­vamo a man­giar panna. Tut­ta­via mio padre ci diceva: — Non dovete farvi sem­pre invi­tare dagli Oli­vetti! Non dovete scroc­care! — Per­ciò ave­vamo tanto l’ossessione di scroc­care che una volta Gino e la Paola, invi­tati a Ivrea a pas­sar la gior­nata, nono­stante le insi­stenze degli Oli­vetti rifiu­ta­rono di fer­marsi a cena e anche di farsi riac­com­pa­gnare in auto­mo­bile, e fug­gi­rono via digiuni, aspet­tando il treno nella notte. Un’altra volta capitò che io dovessi fare con gli Oli­vetti un viag­gio in auto­mo­bile, e ci fer­mammo per il pranzo in una trat­to­ria; e men­tre tutti loro ordi­na­vano taglia­telle e bistec­che, io ordi­nai per me solo un uovo a bere, e dissi poi a mia sorella che avevo ordi­nato solo un uovo «per­ché non volevo che l’ingegner Oli­vetti spen­desse troppo». Que­sta cosa venne rife­rita al vec­chio inge­gnere, che ne fu molto diver­tito, e usava riderne spesso: e nel suo riderne c’era tutta l’allegria d’essere molto ricco, di saperlo, e sco­prire che c’era ancora qual­cuno che non lo sapeva.

Tratto da ‘’Lessico Famigliare’’ di Natalia Ginzburg  - Einaudi Editore -

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